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Testimonianze

I pupi epici di Domenico Pinto

Ci ha impiegato anni, ma alla fine ha ottenuto dalla Curia vescovile di Taranto il permesso di acquistare uno degli antichi magazzini sottostanti il palazzo Episcopio di Grottaglie, uno spazioso ambiente scavato nel tufo, e lo ha trasformato in laboratorio e sala di esposizione delle proprie ceramiche. Parlo di Domenico Pinto, un maestro della terracotta che incontro nella cittadina ionica in occasione di uno spettacolo teatrale dedicato agli Svevi e interpretato da Alfredo Traversa e Roberto Burano. 

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Una sottile eleganza formale

La straordinaria personalità di Federico II di Svevia, re di Sicilia, re di Gerusalemme, imperatore dei Romani, re d’Italia e re di Germania trova ampio spazio nella rappresentazione artistica di Domenico Pinto che ha trasformato in preziosa materia plastica il mito e la leggenda del poliedrico imperatore.
Il mondo della corte sveva, luogo di incontro fra le culture greca, latina, araba ed ebraica viene proposto in una moderna chiave di lettura mediata attraverso nuove forme, colori e particolari.
Tra i tanti temi trattati, tutti ispirati da una coerente efficacia stilistica e da una sottile eleganza formale, trova ampia rappresentazione l’immaginario femminile con Jolanda di Brienne, Costanza d’Aragona, Costanza d’Altavilla, Isabella d’Inghilterra, Bianca Lancia, Beatrice d’Antiochia ed Elena Comneno.
Anche le figure maschili, spesso vestite di regale autorità, partecipano allo splendore esornativo del filone tematico come si coglie nelle rappresentazioni iconografiche di Pier delle Vigne, di Manfredi, di Maramonte Orlando, di Tommaso da Oria e dello stesso Federico II di Svevia.

Daniela De Vincentis

L’orgoglio di un popolo

Queste figure lunghe e nobili ci appaiono autoritarie, come un’idea arcaica, quasi fossero divinità dell’orgoglio storico di un popolo.
I visi affusolati, fissi, solenni, gli abiti dorati sembra che raccontino della loro corte e del loro superbo onore, ma nascono piuttosto dalla leggenda fascinosa della gente comune e per essa stessa vivono ancora nell’arte. Stupiscono, è vero, con l’austero ed elegante profilo, con i colori ricchi e inconsueti, però diventano subito il sogno di improbabili mondi o il pensiero esile di grandi suggestioni e pur tuttavia rimangono persistenti immagini nel nostro tempo attuale.

Raffaele Bagnardi

Curiosità e passione

Parlare di Domenico Pinto come decoratore ceramico, torniante o per le sue capacità di cuocere un pezzo ceramico è facile e scontato, perché il suo laboratorio è ricco di opere di qualità.
Io, invece, voglio mettere in luce l’aspetto della curiosità con cui si pone dinanzi a fatti e personaggi storici. Ormai tutti conoscono la passione e l’amore che egli nutre per l’imperatore Federico II di Svevia. Quando mi reco nel suo laboratorio mi chiede, dinanzi allo sguardo compiaciuto della figlia Paola, ormai sua compagna di lavoro, i risultati dei convegni internazionali e nazionali riguardanti Federico II.
Eccolo pronto a realizzare le sculture di Federico, uomo politico, umanista, scienziato, i suoi castelli, le sue donne, la sua corte, i suoi cavalli e cavalieri. i suoi falconi, i suoi abiti, il figlio Manfredi (biondo era e bello e di gentile aspetto), la figura storica del ministro Pier delle Vigne (io son colui che tenni ambo le chiavi del cor di Federigo…).
Tra i suoi clienti ci sono persone di cultura che si fermano a discutere con lui delle gesta di Federico, egli è sempre pronto a recepire e a dare notizie sullo storico personaggio.

Enzo D’Alò

Reinventarsi la ceramica

Come tutte le manifestazioni dell’arte, anche l’arte ceramica è un laboratorio di infinite possibilità. Un laboratorio nel quale gli stessi semplici ingredienti base possono essere assemblati e ricomposti in un insieme nuovo, secondo la capacità e la creatività dell’artista. Guardando e toccando gli oggetti su Federico II di Svevia creati da Pinto si sperimenta il piacere che può dare la ricerca di nuove forme e di nuove applicazioni, quando nascono da una autentica e tenace volontà creativa, capace di mettersi in gioco sino in fondo su un tema, inventando storie che diventano materia artistica.
Lo spettatore vive il piacere del confronto con la capacità creativa, dunque; e subito dopo il piacere della bellezza che nasce da forme, colori, suggestioni narrative e tecniche; e poi ancora il piacere di essere qui, nel Quartiere delle Ceramiche di Grottaglie, avendo l’intima percezione che tanta strada può essere fatta dagli eredi di una tradizione antichissima.
Non so se ne avesse l’intenzione, ma Pinto ha mostrato con questo suo lavoro come sia possibile: partire da una suggestione, in questo caso il fascino di un personaggio, o di un’epoca; viaggiare nella storia, cioè studiarla e comprenderla; trasformare la suggestione e il sapere in racconti narrati dai protagonisti, sempre realizzati all’interno di una sceneggiatura e di un dialogo; realizzare figure di grande espressività e originalità, grazie a una straordinaria capacità tecnica sedimentata negli anni di esperienza e di docenza, ma evidentemente enfatizzata dalle idee e dal percorso che egli stesso andava man mano costruendo.
L’esperienza di Pinto con la tematica dell’Imperatore Federico è quindi non solo qualcosa di assoluto rilievo artistico ma è anche un modello di ricerca, una riprova delle infinite possibilità del discorso artistico attraverso l’antica arte ceramica.

Giuseppe Vinci